domenica 13 aprile 2008

Robespierre e il Noachismo

L'otto giugno (20 pratile) del 1794, un mese e venti giorni prima di essere ucciso, Maximilien Robespierre guidò la festa - da lui voluta - dedicata all'Essere Supremo. Nelle strade di Parigi sfilarono carri e persone, come racconta Henri Guillemin nel bel libro Robespierre politico e mistico: vi era un certo entusiasmo (si era diffusa la convinzione che la "Festa di Dio" avrebbe chiuso il tempo del Terrore), venne bruciato un grande pupazzo di cartapesta rappresentante l'ateismo, mazzi di rose, margherite e fiordalisi erano recati dai deputati all'Assemblea, cori intonavano l'inno all'Essere Supremo, che - pur innalzandosi al Dio universale - conteneva riferimenti al Dio d'Israele, e a Lutero e Calvino come precursori di una vera religione. Era la prima festa teista nella storia dell'umanità e perciò, anche se non ebbe seguito, resta un evento di portata straordinaria. Era stato preceduto dal discorso Sui rapporti delle idee morali e religiose con le idee repubblicane, del 7 maggio, da cui traspariva la sua convinzione che la Rivoluzione dovesse essere lo strumento storico per una rigenerazione spirituale.
Parlando alla Festa dell'Essere Supremo, Robespierre si espresse contro la superstizione ed il clero che aveva, a suo avviso, soggiogato la società ai "tiranni". Poi disse che Dio creò gli uomini perché si aiutassero l'un l'altro e raggiungessero la felicità per mezzo della virtù . "Libertà e virtù uscirono insieme dal seno della Divinità", proclamò l'Incorruptible, perorando poi generosità verso i buoni, compassione per gli sfortunati, inflessibilità contro i malvagi e giustizia nei riguardi di tutti. Altri concetti fondanti uscirono dalle sue labbra: che la Giustizia è un culto a Dio, mentre la falsa preghiera, dettata dal tornaconto, Gli è oltraggio; che la dignità è una dotazione divina destinata a ogni uomo, che ogni cosa buona manifesta Dio stesso o la sua opera, che in Dio e nel pensiero dell'immortalità trova sostegno la fuggevole vita dell'uomo.
In un discorso del febbraio precedente, Robespierre aveva dichiarato: "Noi auspichiamo un ordine di cose in cui le passioni basse e crudeli siano incatenate, e quelle salutari e generose risvegliate dalle leggi... Auspichiamo che nella nostra nazione la moralità sostituisca l'egoismo, la probità il falso onore, i principi sostituiscno gli usi, i doveri le buone maniere, l'impero della ragione sostituisca la tirannia della moda, il disprezzo del vizio quello della sfortuna, l'orgoglio l'insolenza, la magnanimità la vanità, l'amore della gloria quello del denaro..., il merito l'intrigo... Nella Rivoluzione francese ciò che è immorale è impolitico".
Maximilien Robespierre fu troppo dentro la storia, permettendo che la brutalità di questa contaminasse la sua tensione alla trascendenza. Ebbe certo delle colpe, nella conduzione del processo rivoluzionario, soprattutto rispetto alle persone (anche se le sua identificazione, tout court, col Terrore, è discussa sul piano storioco), ma non è in dubbio la sua buona fede, la sua premura per le sezioni più indigenti del popolo francese e la sua coerenza: anche all'apice del potere, l'Incorruptible visse in maniera sobria, abitando nella casa di una modesta famiglia parigina. Nella sua testimonianza, dunque, si colgono tracce noachidi, che del resto si ritrovano nel più mite Pierre-Joseph Proudhon, il riformatore francese attivo alcuni decenni dopo la morte di Robespierre, che ne La Justice dans la Revolution et dans l'Eglise chiamava la Giustizia "dio della coscienza", "realtà suprema", "sommo principio" e scriveva, quasi come catechesi:

"- Che cos'è la Giustizia?
- L'essenza dell'umanità.
- Che cos'è stata la Giustizia finora, a partire dal principio del mondo?
- Quasi nulla
- Che cosa deve diventare?
- Tutto..."


Michele Moramarco


1 commento:

NonnoLibero ha detto...

Spezzo ancora una lancia, questa volta contro la demonizzazione dell'ateismo, citando per questo la scommessa dell'ateo (autentico contraltare alla scommessa di Pascal): Dovresti vivere la tua vita nel tentativo di fare del mondo un luogo migliore, sia che tu creda o non creda in Dio. Se non c'è nessun Dio, non hai perso niente e sarai ricordato con affetto da quelli che hai lasciato dietro di te. Se c'è un Dio buono, ti giudicherà sulla base di quello che hai pensato, detto e fatto e non solo sul fatto che tu abbia creduto o meno in Lui. E, aggiungo io, se esiste un Dio malvagio, tra la scelta di seguirlo solo per paura, oppure quella di essere contro la sua malvagità e sopportarne coraggiosamente le conseguenze, io sceglierei nettamente la seconda. Ma ritengo comunque molto improbabile che esista un Dio malvagio!